“Guerra”: il programma della Stagione 2026/2027 al Teatro Astra di Torino

Nell'ambito del progetto triennale dedicato alle Persone e alle Identità, si è chiusa il 31 maggio la Stagione 2025/26 intitolata Mostri, un susseguirsi – riferisce un comunicato stampa - di spettacoli che hanno condotto spettatori e spettatrici negli angoli più bui delle personalità. Dai mostri iconici alla mostruosità insita nell'uomo, è stata una Stagione tematica che ha incuriosito, attratto e incassato ottimi risultati in termini di critica e di affluenza. "Il TPE Teatro Astra, che nel 2027 raggiunge i suoi primi 20 anni di attività, si conferma un polo di riferimento, riconosciuto in ambito culturale italiano - dichiara il presidente Giulio Graglia – ne viene apprezzata la linea artistica coerente, con tematiche forti e concettuali che sottolineano un approccio culturale ambizioso. Anche il pubblico dimostra di intercettarne i valori artistici con una risposta solida, sale gremite e tanti tutto esaurito. Siamo felici di registrare un incremento complessivo di abbonamenti sottoscritti e un +6% di pubblico di cui il 15% è composto da under 30, che indica un prezioso lavoro di coinvolgimento dei nuovi spettatori. In questo secondo anno alla presidenza del TPE mi fa piacere confermare la prosecuzione di una serie di appuntamenti collaterali che inquadrano l'ente in una posizione strategica e centrale nell'ambito delle attività teatrali cittadine aprendo le porte del teatro e del suo palcoscenico ai tanti e tante operatori e operatrici del territorio. Un ringraziamento speciale va alle istituzioni che ci accompagnano lungo il cammino – MiC, Regione Piemonte, Città di Torino – alle fondazioni che ci sostengono – Fondazione Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT, al partner di progetto Intesa Sanpaolo e naturalmente un altrettanto importante ringraziamento è volto allo staff del TPE esperto e preparato."
"GUERRA", Stagione TPE (Teatro Piemonte Europa) 2026/27; programma presentato nel corso di una conferenza stampa. ll progetto artistico della prossima Stagione non intende limitarsi a una rappresentazione del conflitto inteso come fatto storico o geopolitico, né indulgere in una semplice tematizzazione delle vicende belliche. Al contrario, il nucleo della tematica viene individuato nella volontà di interrogare, attraverso il teatro, come le persone si trasformino all'interno di un conflitto, quale alterazione morale, psichica e relazionale produca la guerra, come l'essere umano venga deformato, frammentato o costretto a rivelare parti estreme di sé quando è immerso nella violenza della storia. Questo asse si collega alla più ampia architettura del triennio artistico: se la Stagione appena chiusa ha guardato alla trasformazione delle persone nel farsi mostri, spesso a loro stessa insaputa, e se l'ultima Stagione del triennio sarà dedicata alla metamorfosi dell'essere umano nel rapporto amoroso, la Stagione 2026/27 si situa nel punto in cui tale trasformazione si misura con la guerra quale dispositivo di disvelamento e di lacerazione. In questa cornice, il teatro viene concepito come luogo privilegiato non per "risolvere" i macro-problemi del mondo, ma per indagare con precisione e crudeltà ciò che accade ai corpi, alle coscienze, alle relazioni.

"Eraclito definiva pólemos, il conflitto, padre di tutte le cose – dichiara Andrea De Rosa (nella foto di Andrea Macchia che pubblichiamo a corredo di questo nostro articolo), direttore TPE. Ma la guerra è davvero il nostro destino? Una legge inevitabile dell'essere umano? Dobbiamo accettare che il passaggio attraverso la distruzione sia l'unica via per ritrovare una tensione generativa, un'occasione di trasformazione? La nostra Stagione teatrale attraversa queste domande senza semplificarle, mettendo in dialogo testi classici e contemporanei, non soltanto per osservare la guerra come evento storico, ma per interrogarla come forza che abita insieme l'individuo e la collettività. Per far risuonare quel grido di dolore che si accompagna alla storia del teatro sin dalla sua nascita. Il generale Wellington, uno che di guerre se ne intendeva, una volta pronunciò questa frase: "Subito dopo le battaglie perse, la più grande vergogna per un soldato sono le battaglie vinte". Quel senso di vergogna mi arriva forte, mi commuove fino alle lacrime e mi dice che c'è qualcosa di sbagliato nella retorica della vittoria. Le nostre piazze, le nostre strade, i nostri libri, sono pieni di imprese eroiche e di battaglie vinte. Forse bisognerebbe smettere di celebrarle e dire con chiarezza che di fronte al massacro non ci sono vincitori. Non ce ne saranno mai. Astenendosi da qualunque tentazione di pacifismo o di bellicismo, bisognerebbe ricordare a tutti le parole del grande generale: in qualunque guerra, anche i vincitori dovranno sempre provare vergogna. Questo il teatro lo sa fare. E lo deve fare".
L'architettura della Stagione GUERRA è frutto di una serie di incontri e dialoghi tra il direttore Andrea De Rosa e molti degli artisti e delle artiste coinvolte nella futura stagione. Nasce così un programma che è una riflessione intorno al nucleo tematico. La Stagione apre con un lavoro di Virgilio Sieni, artista già presente nelle attività della Fondazione e riconosciuto internazionalmente come una delle figure maggiori della coreografia contemporanea. Il suo Preghiera. Tempi di guerra (3>8 novembre, produzione TPE, prima) presenta danze che non combattono, ma indicano alternative come l'impegno, l'attenzione, la forza di restare presenti e uniti attraverso il contatto e la vicinanza. Subito dopo trova posto la nuova regia di Andrea De Rosa, intitolata Guerra civile (18>29 novembre, produzione TPE, prima) che nasce dal confronto con la Pharsalia di Marco Anneo Lucano, poema dedicato alla guerra civile tra Pompeo e Cesare, con la riscrittura drammaturgica affidata a Fabrizio Sinisi, già autore di riferimento nel percorso artistico di De Rosa e collaboratore in lavori precedenti, tra cui Dracula, Orlando e Processo Galileo. Il giovanissimo Lucano, anziché assecondare il mandato ideologico di Nerone e celebrare la grandezza dell'Impero, ha avuto il coraggio di raccontare l'orrore della guerra intestina, pagando infine con la vita questa libertà di sguardo. Si prosegue con Quinto: non uccidere (1>6 dicembre, produzione TPE) il nuovo spettacolo di Massimiliano Civica, tratto da una sceneggiatura di Ernst Lubitsch. La vicenda ruota attorno a un soldato che, alla fine della guerra, decide di andare dai genitori del nemico che ha ucciso per chiedere perdono; il conflitto si trasferisce dal campo di battaglia all'interiorità del reduce, al peso della colpa, all'impossibilità di sciogliere davvero l'atto dell'uccidere, anche quando imposto dalla guerra stessa. Lo spettacolo di Antonio Latella, Oscar (8>9 dicembre) è costruito intorno alla figura storica che ha ispirato il celebre personaggio di Lady Oscar: una donna immersa nella guerra, combattuta tra l'ordine militare e il desiderio amoroso, tra il comando, il corpo e l'identità. Il conflitto, in questo caso, diviene anche torsione del genere, della rappresentazione di sé e della fedeltà a un modello prestabilito. Testo di Roland Schimmelpfennig è Sherpa (11>13 dicembre), a partire dai fatti del G8 di Genova, Giorgina Pi mette in scena una riflessione su un episodio spartiacque del nuovo secolo: il momento in cui una protesta ampia, stratificata e in larghissima parte pacifica contro la globalizzazione è stata fermata e violentemente dispersa. Anche qui la guerra non è soltanto quella tra eserciti, ma assume la forma di una frattura interna all'Europa democratica. LEO – L'unica arte è un pugno (17>20 dicembre) è lo spettacolo di Girolamo Lucania dedicato alla figura di Leone Iacovacci, pugile che ha attraversato la guerra in molte delle sue vicissitudini biografiche, facendo del proprio corpo un archivio del conflitto tra sport, storia, razza, violenza e identità. Heroes (26>31 dicembre) di Caterina Mochi Sismondi fa interagire il linguaggio del clown con il tema bellico, secondo una logica di perturbante contrasto tra leggerezza e devastazione. Ampio spazio in calendario è riservato alla ripresa di Dracula (14>31 gennaio, produzione TPE), che, forte del significativo riscontro ottenuto, torna al Teatro Astra per un nuovo periodo di rappresentazioni. Lo spettacolo sarà successivamente riallestito, nel mese di maggio, anche al Teatro della Pergola di Firenze, prospettiva divenuta concreta in virtù della disponibilità del teatro toscano a intervenire radicalmente sullo spazio così da rispettare la natura scenica dell'allestimento. Un monologo tratto da Testori è sdisOrè (2>21 febbraio, produzione TPE), ispirato all'universo dell'Orestea, affidato a un'attrice sola in scena: un piccolo congegno scenico costruito con valigia e maschere. Questo lavoro dialogherà con la grande Orestea (17>28 febbraio, produzione TPE) di Carmelo Rifici, presentata in due blocchi, con possibilità di maratone del fine settimana per la visione integrale. La Fondazione intende così costruire, intorno a Eschilo e Testori, una sortita quasi festivaliera, un piccolo cantiere tragico in cui la stessa materia mitica possa respirare in formati, tempi e scale differenti. La Festa (9>14 febbraio, produzione TPE) di Leonardo Manzan è uno spettacolo nato da una lunga residenza in Georgia, nel quale la questione della guerra si intreccia con la pressione politica e con la presenza ingombrante dell'apparato russo; pur nascendo da un contesto drammatico e da una tensione reale, la messa in scena assume toni vivaci, ironici, perfino gioiosi, senza rinunciare alla malinconia e alla profondità politica. Lasciami andare, madre (6>14 marzo produzione TPE, prima), affidato alla regia di Valter Malosti, nasce dal romanzo di Helga Schneider, pubblicato da Adelphi, e affronta il rapporto tra una figlia e una madre che ha collaborato attivamente allo sterminio degli ebrei senza mai pentirsene. Questo titolo è una delle espressioni più crude del tema stagionale: la guerra che entra nella genealogia, che rompe il legame originario tra madre e figlia, che trasforma l'umano in irrimediabile estraneità morale. Il progetto è realizzato in collaborazione Politecnico di Torino – Prometeo Tech Cultures. Di Anagoor / Simone Derai è I Persiani (16>21 marzo, produzione TPE, prima), una delle tragedie più amate perché capace di assumere il punto di vista dei vinti. Non l'eroismo dei Greci, ma il dolore dell'altro. Paola Rota e Alessandro Paschitto propongono la riscrittura Madre Coraggio e i suoi figli di Bertolt Brecht, in occasione del settantesimo anniversario dalla morte dell'autore. Il progetto Madre coraggio e i suoi figli (1>11 aprile, produzione TPE, prima) è costruito attorno all'idea, mai compiuta, che Brecht ebbe di farne un film: il dispositivo scenico ruota così intorno a questo desiderio cinematografico, quasi a fare della guerra stessa un set impossibile e un'immagine irredimibile. La futura classe dirigente (13>14 aprile) di Caterina Marino, giovane drammaturga formatasi all'Accademia Silvio d'Amico, è uno spettacolo costruito a partire da interviste fatte a bambini e ragazzi sul loro futuro, nel quale l'ironia del titolo si scontra con una materia di fondo inquieta, perché la generazione che dovrebbe venire al comando appare già abitata dalla paura, dall'incertezza, dall'eco delle crisi e delle narrazioni allarmanti del presente. Pur fondato su tale inquietudine, emerge un lavoro divertente, capace di far convivere il comico e il perturbante. Mariangela Gualtieri, accompagnata dall'artista torinese Lemmo e con regia di Cesare Ronconi, propone Ruvido Umano (22>23 aprile) in cui la parola poetica e il suono si dispongono in forma di rito vocale e musicale. Il mese di maggio dà ampio spazio alla nuova generazione artistica e a dispositivi scenici ad alta partecipazione dello spettatore. In tale prospettiva compare il progetto di Alessandro Paschitto, Risiko! (4>30 maggio, produzione TPE, prima) che immagina il Teatro Astra trasformato in un grande tabellone di gioco, con il pubblico coinvolto, non in forma puramente ludica, ma in una dinamica drammaturgica sul desiderio di conquista e sulla strategia astratta. Affiancato da Michele Eburnea e Rocco Placidi con La tribù del calcio balilla (14>30 maggio, produzione TPE, prima) il biliardino come campo di battaglia simbolico dove emergono i meccanismi invisibili che modellano la nostra identità e si disvela l'eredità della nostra educazione o diseducazione sentimentale e sociale. Il gioco viene dunque visto come momento di alleggerimento solo apparente: dietro a esso permane la riflessione sulle forme simboliche della lotta.
C. S.