Al Teatro Astra di Torino “Preghiera. Tempi di guerra” di Virgilio Sieni

Dal 3 all'8 novembre 2026, al Teatro Astra di Torino è in programma – riferisce un comunicato stampa – lo spettacolo "Preghiera. Tempi di guerra" di Virgilio Sieni. Prima assoluta. La Stasis, nella polis, indica "il levarsi in piedi dei cittadini nella forma estrema del dissenso". Così le danze assumono l'aspetto di preghiere che alleano i corpi al diritto politico e plurale di apparizione, corpi che si mostrano insieme ad altri, secondo liturgie che muovono verso l'amicizia. Opporsi alla guerra avviene in uno spazio intimo e meditativo. Sono danze che non combattono, ma indicano alternative come l'impegno, l'attenzione, la forza di restare presenti e uniti attraverso il contatto e la vicinanza. Virgilio Sieni sottolinea: "I danzatori cercano forme di alleanza liberando i gesti da ogni schema imposto e nel danzare insieme qualcosa si smuove, provocando un rimescolamento intimo, non solo fisico, ma totale, olistico, generato dall'incontro con il corpo degli altri". Incontro con Gabriella Ripa Di Meana, introduce Virgilio Sieni, martedì 3 novembre dopo lo spettacolo. L'interrogativo perché la guerra? Non smette di rilanciare l'imperscrutabile e l'ineluttabile. Cerchiamo di trasformare il discorso comune in una sorta di orchestra fatta di parole, di suoni, di scarti, di luce e di cognizione del dolore. Ascoltiamo il singolo come portatore corale dello spirito del tempo, responsabile del bene e del male della nostra civiltà. Solo quando le parole emergono dalle ombre, si fanno plurali e divergenti. Ed è allora che mettono in crisi le parole assolute e totalitarie per cui gli esseri umani sono pronti a far scorrere fiumi di sangue. Ingresso libero fino a esaurimento posti disponibili.
Debutta a Torino in prima assoluta, in co-produzione con la TPE – Teatro Piemonte Europa e Fondazione Teatro della Toscana, la nuova creazione di Virgilio Sieni per la sua Compagnia: Preghiera/Tempi di guerra. Un'opera nata dall'urgenza di riflettere sul presente, dove la danza diventa uno strumento di resistenza poetica e civile. La visione di Virgilio Sieni: «In questa preghiera danzata agiscono semplici creature che rivolgono l'attenzione alla maestria e ai dettagli del gesto per sorprendersi nella tragicità degli eventi: rammentare col corpo per creare una storia della danza rivolta alla Stasis, "il levarsi in piedi dei cittadini nella forma estrema del dissenso". Così le danze assumono l'aspetto di preghiere che alleano i corpi al diritto politico e plurale di apparizione, corpi che si mostrano insieme ad altri, secondo liturgie che muovono verso l'amicizia. Contrapporsi alla guerra diviene un atto che abita lo spazio minuscolo di una stanza, luogo meditante. Danze di guerra insolite che indicano la presenza di una cosa diversa dalla guerra, la consapevolezza dell'impegno e, come ci indica Rebecca Solnit, la forza di rimanere svegli. Sopraggiunge la forma della preghiera, ierofania di gesti che riunisce intorno a sé grappoli di meditanti, fedeli di un corpo reso tattile dal prolungarsi degli avvicinamenti, dei tocchi con l'aura delle cose».
Il dialogo con Gabriella Ripa Di Meana - In riferimento al testo di Gabriella Ripa di Meana (Tempi di guerra – Un altro ascolto, Casa editrice Astrolabio, 2024), lo spettacolo accoglie «l'insegnamento rivolto alle pratiche dell'ascolto», muovendo e mescolando l'aria per sostenere «una via d'uscita». In questo spazio meditante, il lavoro coreografico sperimenta «dislocazioni nuove nelle articolazioni», ipotizzando dinamiche gestuali che «slittano, scivolano, inciampano, soffrono, gioiscono, lacrimano dolore». È in questa cornice che si inserisce la riflessione centrale dell'autrice: «Il problema universale del male e del dolore… ci trasmette lo sgomento; ma insieme allo sgomento ci trasmette anche la dignità di affermare il valore della vita di fronte all'enigma della vita».
Il progetto e l'iconografia - Dalla lettura di Preghiera di donne, a cura di Isabella Adinolfi e Giancarlo Gaeta, emerge con forza l'invito alla pratica di semplici gesti impregnati del soprannaturale. Il progetto coreografico fa propria questa «disciplina dell'attenzione», intesa come un raccoglimento interiore e «un'accurata coltura della mente e del cuore». Questo approccio filosofico guida i danzatori verso una nuova modalità di vivere il corpo, tutto orale, trasformando l'azione scenica in un atto di cura e consapevolezza profonda. Lo sguardo è inoltre accostato a un viaggio iconografico fondato sulle fotografie di Paolo Pellegrin che parlano dell'ingiustizia patita in tempo di guerra: una memoria che guida la danza attraverso momenti di sofferenza estrema che s'incarnano nei corpi, inondando il gesto di immagini compassionevoli. «Credeva che pregare fosse parlare; imparò che pregare è non solo tacere, ma ascoltare. Ed è così. Pregare non è ascoltare sé stessi parlare, ma è giungere a tacere e restare in silenzio, nell'attesa, fino a che chi prega non arrivi ad ascoltare Dio». (S. Kierkegaard, Il giglio del campo e l'uccello nel cielo).
La foto che pubblichiamo a corredo di questo nostro articolo è di Laila Pozzo.
Crediti - "Preghiera. Tempi di guerra", coreografia, spazio, luci Virgilio Sieni, musica originale Ascari, costumi Veronica Cornacchini, danza e collaborazione coreografica Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Vanessa Mattei Scarpaccini, Giulia Mureddu, Andrea Palumbo, Linda Pierucci, collaborazione alla drammaturgia Gabriella Ripa di Meana, iconografia fotografica Paolo Pellegrin, produzione CanGo, Centro di Rilevante Interesse Nazionale per la Danza, TPE – Teatro Piemonte Europa, Fondazione Teatro della Toscana.
M. P.