“L’occhio e le cose”: cinque lezioni sullo sguardo nel libro di Francesco Faeta

29.12.2022

Dai seminari tenuti da Francesco Faeta nell'ambito della Scuola di Specializzazione in Beni culturali DEA (Università "Sapienza" di Roma), nasce "L'occhio e le cose - Cinque lezioni sullo sguardo" (Meltemi, 189 pagine, 18 Euro), un libro che offre un'idea ampia dell'antropologia visuale: un'attitudine aperta e dialettica con la storia dell'arte, l'iconologia, i visual studies, la critica e la storia dei media.

Nella prima della cinque lezioni raccolte nel volume (Cap. I, "Verso una scienza sociale delle rappresentazioni. Un'approssimazione"), l'autore, sullo sfondo di una teoria fenomenologica dello sguardo, rende conto della definizione - in termini antropologici - dei cosiddetti oggetti d'arte, confrontandosi con le prospettive storico artistiche e delle discipline affini. Francesco Faeta, come antropologo, è da anni impegnato nello studio dei contesti rituali e della produzione-utilizzo-fruizione delle immagini, "due ambiti tra loro profondamente dialogici" (p. 21). La seconda lezione (Cap. II, ""Der liebe Gott steckt im Detail". Aby Warburg, antropologo e fotografo") si sofferma su una figura cruciale negli studi sull'antropologia delle immagini, soprattutto grazie alla "riscoperta" degli ultimi anni. Di Aby Warburg viene analizzato, in particolare, il suo lavoro di antropologo e di fotografo-etnografo che rappresenta un denso snodo di contatto tra scienza sociale, iconologia e storia dell'arte. Tale parte del testo è anche occasione per una ricognizione, basata sugli studi degli ultimi anni a cura di Di Donato, Charuty e Ginzburg, dell'ipotetico rapporto di influenza tra Warburg ed Ernesto de Martino, in particolare per quel che concerne l'"Atlante figurato del pianto" che chiude "Morte e pianto rituale" (1958). Un'influenza o, parafrasando Carlo Ginzburg, una "convergenza involontaria" frutto del rapporto tra Warburg e Vittorio Macchioro, singolare figura di erudito, archeologo e storico dell'arte nonché padre di Anna, prima moglie di de Martino.

Nella terza lezione (Cap. III, "Descrivere e narrare. Due stagioni della fotografia psichiatrica in Italia"), Faeta affronta la dimensione politica dell'immagine fotografica, dove quest'ultima è interpretata nella sua funzione di dispositivo legato ai processi di costruzione e decostruzione degli universi legati al disturbo psichico e alla condizione di segregazione dei manicomi. Una lezione che si concentra sulla possibilità di "incontri ravvicinati con oggetti che costringono ad ampliare o a radicalmente rivedere i propri orizzonti interpretativi" (p. 99). Faeta, con un'ottica critica, si sofferma sulle rappresentazioni fotografiche della realtà psichiatrica. Nella quarta lezione (Cap IV, "Sugli archivi personali. Immagini e memoria contemporanea"), l'attenzione si sposta sugli archivi fotografici, che oggi rappresentano una realtà sospesa tra album di famiglia e "post-moderne pratiche del selfie" (p. 17). Il testo approfondisce il ruolo degli archivi in rapporto alle modificazioni della costruzione di memoria imposte dal digital turn (la svolta digitale) e dalla complessità dei rivolgimenti sociali contemporanei. A chiudere il volume (Cap V, "Il fotogramma. Un appunto") una riflessione su quella che si presenta come l'unità minima di significazione in epoca moderna, ovvero il fotogramma che Faeta descrive come una sorta di ghostwriter, un autore occulto di parte consistente della comunicazione iconografica e plasmatore in ombra di numerose istanze digitali legate alla post-modernità. "L'occhio e le cose" restituisce in modo chiaro alcuni dei temi cruciali del dibattito contemporaneo sul ruolo sociale, culturale e politico dello sguardo e delle immagini.

Massimiliano Palmesano